Incontro con Gaia Baracetti.

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Gaia Baracetti è una scrittrice e poetessa udinese che con Phasar Edizioni ha pubblicato diversi libri: “Dove si sta bene” (2010); “La fuga e l’addio” (2011); “La metafora dell’acqua” (2011); “La vedovanza” (2014), “L’estate di San Martino” (2017) e la trilogia “Che male c’è” (Libro Primo, 2013; Libro Secondo, 2015; Libro Terzo, 2019).

Le rivolgiamo qualche domanda proprio a partire dal terzo capitolo della sua trilogia, “Che male c’è”, uscito di recente con Phasar Edizioni.

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D – La tua trilogia racconta la vita quotidiana, le speranze, i drammi e desideri di un gruppo di adolescenti che divengono adulti. In questi sei anni trascorsi dalla pubblicazione del primo libro della trilogia, il lettore vede cambiare i personaggi e in realtà vede cambiare anche il nostro paese. Com’è cambiata l’autrice, Gaia Baracetti?

R – Adesso vivo in montagna e ho un piccolo allevamento. Ma questi sono cambiamenti di forma, non di sostanza.

D – Insieme ad altri due romanzi, oltre alla trilogia, hai pubblicato dei volumi di poesie. Che cosa è per te la scrittura poetica, e che cosa ti permette di esprimere rispetto alla prosa o al racconto? Ci sono cose che decidi di raccontare in versi e altre in prosa, oppure mescoli i due stili?

R – Non si tratta di decisioni prese a tavolino o di preconcetti, semplicemente mi viene spontaneo esprimere alcuni argomenti in forma poetica, altri nella forma di romanzo, altri ancora in saggi o articoli. Per me una delle grandi bellezze della poesia, oltre alla musicalità nell’uso della lingua, ancora più marcata che nelle altre forme, è lo spazio che lascia a interpretazioni multiple. Pur esprimendo una visione del mondo, la poesia si lascia adattare alla sensibilità di ognuno. Questo è un dono del poeta a chi apprezza la sua sensibilità e il suo stile: una vicinanza, un’immagine, un suggerimento, anche un modo bello di dire qualcosa che chi legge già prova o pensa – ma non un’imposizione. Si può prendere una poesia e sentirla propria in un modo che è lontano dall’ispirazione originaria dell’autore. Questo soprattutto in un tipo di poesia metaforica, ma non impenetrabile, come la mia. Una buona poesia spesso offre vari livelli di lettura, fa uso di simbolismo e metafore, richiama altre cose che si pensa che il lettore conosca, ma vale anche senza interpretazioni così profonde. Si può apprezzare a vari livelli e continuare a scoprire, e tutto questo esiste nello spazio di poche righe. È potente perché è concentrata.
Alle volte la poesia scavalca la coscienza consapevole. Ricordo una volta in cui ho letto una poesia di Sylvia Plath che mi ha fatto stare male, e mi sono chiesta: perché, se parla solo di luna e prati? Questa capacità di usare un’immagine e un linguaggio per esprimere uno stato d’animo in maniera così indiretta, e al tempo stesso ineludibile, è un dono della poesia, che poi però nell’interpretazione si dissolve (ricordo la stessa cosa di un quadro: erano solo alberi, nient’altro, semplici tronchi e rami nemmeno curvi o ritorti, eppure si percepiva un fortissimo senso di angoscia. Com’è possibile dipingere un bosco in quel modo, trasmettere da un animo umano a un altro animo umano la stessa sensazione usando un mezzo che non c’entra nulla? Questa è la poesia).
Non tutto, però, si può esprimere così, almeno per come scrivo e sento io: se voglio prendere una posizione, alle volte la forma più adatta è la prosa saggistica. La prosa narrativa è un ibrido in questo senso, perché ci sono delle affermazioni nette e forti, ma a nome dei personaggi, non necessariamente dell’autore. Senza dire troppo, dirò che è questa libertà di mostrare opioni e sensibilità diverse, di lasciar parlare personaggi che interpretano la stessa cosa da punti di vista che si discostano, una delle cose che mi attira nello scrivere romanzi. Il romanzo mette in comunicazione le persone in modo molto profondo, e se c’è una pluralità di voci questa comunicazione si amplia. Ovviamente queste sono osservazioni che valgono per me, senza nessuna pretesa di universalità.

D – Hai pubblicato il tuo primo libro nel 2010, quando la presenza dei social network e della tecnologia nella scrittura non erano ancora così preponderanti. Come ti relazioni con internet, i social network (facebook, youtube, instagram, twitter, whatsapp etc.)? Hanno influito in qualche modo sulle tue abitudini di lettura o scrittura?

R – Se è per questo quando sono nata non c’erano né cellulari né internet e fino alla mia adolescenza i computer erano molto rari, e non sono così vecchia!
Io sono fortemente critica nei confronti di tutti i social network che o restringano l’accesso a chi non ne fa parte (come Facebook), o arricchiscano singole compagnie e individui (tutti), o raccolgano masse enormi di dati di cui poi possono fare quasi quello che vogliono.Trovo anche che i social network di fatto incentivino il consumismo, e questo anche nei confronti del pensiero e dell’espressione artistica, essendo così intrinsecamente frenetici, proprio per il modo in cui sono progettati, per cui quello che ci attirà è la novità piuttosto che la qualità o profondità. Incoraggiano il narcisismo più becero e tolgono spazi a forme di socializzazione più concrete e umane. Mi è capitato di vedere persone più interessate a quello che succedeva via cellulare che alla persona che avevano davanti. Noi crediamo di poter governare queste cose con la volontà e la consapevolezza, ma ci sono dei meccanismi mentali, antichissimi e che ci accomunano a molti animali, che sono inconsci, incorreggibili, e su cui chi progetta questi prodotti fa coscientemente leva. Infatti spesso i primi a non utilizzare i loro programmi e dispositivi sono proprio quelli che li propongono e sanno quanto male fanno.
Per cui io non sono iscritta a nessuno dei social network che avete nominato e se posso li evito. Ho però un blog, che chiunque può leggere, e il cui grande valore aggiunto è la partecipazione dei lettori attraverso i commenti o mail personali; anche lì, però, sto riducendo la mia attività perché penso che personalmente i libri e il contatto diretto con il pubblico attraverso le presentazioni siano un modo migliore per diffondere il mio lavoro e le mie idee.
L’unico modo in cui tutti questi social mi influenzano è nella misura in cui le persone volontariamente condividono aspetti della loro vita, per quanto filtrati e curati; io li osservo e li raccolgo perché aggiungono qualcosa alla mia comprensione del mondo. Anche così, chi usa i social di fatto sta lavorando gratis per altri, in questo caso me…

D – Le tue storie trovano spesso ambientazione nei luoghi della terra dove vivi. Quanto è importante il tuo rapporto con il territorio?

R – Enormemente. Non solo con il territorio, che è alla base della mia identità, delle mie scelte, delle mie convinzioni e del mio senso di amicizia nei confronti di tutti i luoghi del mondo con i loro abitanti; è importante anche il cercare di fare esperienze in prima persona delle cose che racconto. Per me scrivere non è un’attività fine a se stessa, ma la forma che mi è più congeniale della mia testimonianza, una testimonianza che ha basi fisiche.
Direi anche che penso che non esista universale senza basi nel particolare. Per come funziona la nostra mente, una storia con i suoi particolari è più potente di un’affermazione astratta, e questi particolari anziché dividere uniscono.

D – Per concludere, in una tua intervista di qualche anno fa ci raccontavi il tuo rapporto con la pubblicazione. Da quale dei tuoi libri ti piacerebbe che un lettore ipotetico cominciasse la lettura delle tue opere per conoscere e approfondire la tua scrittura? Che cosa suggeriresti a un autore alle prime armi?

R – Dipende dal lettore! È molto difficile sapere quale libro ha più possibilità di piacere, e se uno comincia da quello sbagliato rischia di non voler più leggere neanche gli altri… ma non ci si può fare niente! Purtroppo c’è moltissima offerta, molto rumore, ed è difficile attirare l’attenzione o avere una seconda possibilità. Più che altro, chiederei a questo ipotetico lettore di non fermarsi subito. Proprio perché viviamo in un’epoca così veloce, scegliamo e scartiamo sulla base di un’impressione, ma credo che tutti, nella vita, abbiamo scoperto che le prime impressioni possono essere sbagliate. Mi vengono in mente libri che mi sono piaciuti molto che avevano inizi molto noiosi. Quando sento dire che un libro si giudica dalle prime righe, penso: ma come siamo diventati superficiali… detto ciò, c’è una grande libertà nel scegliere cosa leggere e cosa no, una grande libertà e un potere.

Riguardo all’autore alle prime armi, io non sono nessuno per dare consigli, a parte quelli ovvi di leggere molto e non pensare che la propria voce sia l’unica che merita di essere ascoltata, e quindi ignorare quelle degli altri.

L’unica cosa che per me è importante è che chi si mette a scrivere non lo faccia per vanità o per vedere cosa si prova a scrivere un libro, e poi si sforzi di conseguenza di trovare qualcosa da dire o di cui parlare: io penso che chi pubblica occupi uno spazio, e che quindi lo dovrebbe fare solo se ha veramente qualcosa da dire. Altrimenti ci sono un sacco di altre cose da fare per rendersi utili.

I Libri di Gaia Baracetti, tutti editi da Phasar Edizioni, sono disponibili qui:

https://www.phasar.net/catalogo/autore/baracetti-gaia

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