Speciale “Un’aquila nella notte”: cinque domande a Flavio Bulgarelli

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Abbiamo scambiato qualche battuta con Flavio Bulgarelli, autore del romanzo “Un’aquila nella notte” (Phasar Edizioni), l’occasione è stata propizia per entrare nei meccanismi della scrittura e nei retroscena dell’opera di un autore che ha al suo attivo diversi romanzi, e che ha fatto della comunicazione e dei suoi molteplici segreti, una ragione di vita e di professionalità.

Approdato per vocazione giovanile al giornalismo, e a seguire alla pubblicità, unitamente a un’appassionata presenza in campo musicale, Flavio Bulgarelli, modenese di nascita e milanese di adozione, nella collana “I libri del sorriso” raccoglie quanto è riuscito a esprimere lungo gli anni in termini di narrativa. Nelle sue opere, pur nelle ambientazioni più diverse e nelle situazioni più difficili, vi si può riconoscere una vena umoristica e umanistica che ne accompagna la lettura. Caratteristica che, in fondo, ha caratterizzato (almeno finora) la vita dell’autore.

Flavio Bulgarelli ha cominciato a scrivere sulla Gazzetta di Modena a sedici anni; è stato per vent’anni in forza alla Direzione Comunicazioni IBM Italia; per altri venti, nel suo Studio di giornalismo promozionale, ha scritto di tutto e pubblicato otto romanzi con vari editori e su Amazon.

Ha frequentato il Corso biennale al Centro Italiano di Giornalismo di Milano. Tra i docenti di Tecnica Redazionale figuravano: Oriana Fallaci, Gianfranco Vené e altri giornalisti del settimanale l’Europeo.

“Un’aquila nella notte”, appena uscito per Phasar Edizioni, trova la sua ambientazione negli scenari della Grande Guerra; il romanzo è corredato infatti da una sezione fotografica e da una nutrita bibliografia. Per la sua stesura sono state sicuramente coinvolte diverse persone, alcune delle quali compaiono anche nei ringraziamenti. Quanto tempo ci è voluto per raccogliere tutte queste informazioni e scrivere la stesura del romanzo?

Circa un anno. Ma senza l’assistenza di esperti del ramo aeronautico e di etica militare non so se sarei riuscito a finirlo. Mi ha aiutato anche il fatto che, fin da ragazzo, ho sempre amato il volo; tant’è che non appena ho potuto ho frequentato un corso di volo su deltaplani e in seguito su alianti.

Uno scrittore lavora spesso su un progetto, un’idea che ha in mente, per la quale colleziona tutti gli elementi che trova utili e necessari per approfondirla, mescolando l’ispirazione alla vicenda. Ci sono cose che ha scoperto, durante la scrittura di “Un’aquila nella notte”, che non si aspettava? Studiando i testi e gli archivi, relativamente alla Grande Guerra, ha fatto delle scoperte, ha qualche aneddoto da raccontarci?

L’idea che avevo in mente era una lontana parente di ciò che ne è uscito. Pur sempre in ambito Grande Guerra, era incentrata su un ultimo, disperato attacco al forte Belvedere – roccaforte austriaca nell’Altopiano dei Sette Comuni in Trentino – da parte dei nostri Arditi che, davanti a quelle mura, morivano a centinaia inutilmente.

A dar man forte ai nostri soldati sarebbe intervenuta una squadriglia di biplani caccia-bombardieri mai prima utilizzati per azioni del genere in alta quota nonché un commando di alpini assaltatori.

Niente di meglio della biblioteca comunale di Levico Terme per trovare materiale su cui basarmi.

Sennonché, consultando testi e rovistando tra gli archivi, mi sono ritrovato tra le mani una storia vera che, come si suol dire, fu amore a prima vista. Aveva dell’incredibile: un nostro pilota di idrovolanti, nottetempo, col favore della luna, era stato comandato a trasportare nostri agenti al di là del Piave ammarando in laghetti nascosti tra le montagne del Trentino.

E gli aerei di allora, in quanto a strumentazione di bordo, non andavano molto oltre una bussola e un altimetro. Il bello è che se l’è sempre cavata e ha portato a compimento numerose missioni. Alla fine del conflitto, non sapendo più quali altre medaglie conferirgli, fu nominato Conte di Villaviera.

I personaggi nel romanzo sono molti, e i dialoghi sono capaci di attualizzare l’ambientazione storica, senza che le nozioni e gli eventi realmente accaduti, mescolandosi a quelli inventati, appesantiscano la narrazione. Oltre ai personaggi storici realmente vissuti, quanta ispirazione “contemporanea” c’è nel suo romanzo? Quali sono i suoi autori preferiti?

I personaggi non potevano essere che numerosi, stante l’ampiezza del teatro degli avvenimenti e, inoltre, a guardar bene, la storia è una doppia storia che si sviluppa ed evolve su due distinte realtà in parallelo.

È soprattutto puntando sull’attualizzazione del dialogo tra militari (a quei tempi i capi se la tiravano di brutto verso i sottoposti) che ho cercato di avvicinare la vicenda al presente. Il fatto è che io stesso faccio del mio meglio per mantenermi quanto più possibile contemporaneo…

Per i dialoghi ogni tanto rileggo ancora il vecchio Hemingway. Da Ken Follett c’è sempre molto da imparare. Wilbur Smith è insuperabile. Peccato che, a mio modesto avviso, la sua narrativa distrugga sempre ciò che di bello ha creato: personaggi, patrimoni e quant’altro.

Considero la Fallaci forse il “miglior giornalista-scrittore” di cui possiamo vantarci. Beh, poi Umberto Eco, Luciano De Crescenzo, mio ex collega in IBM… direi che basta così.

Eugenio Casagrande potrebbe essere ascritto al novero di coloro che compirono la propria missione, in modo eroicamente “scientifico”, con valore e cognizione di causa: infatti le missioni di cui si è reso protagonista hanno permesso non solo di infoltire le fila delle nostre quinte colonne ma anche di portare in salvo informatori italiani da oltre confine. Esistono altre figure, meno note, in cui si è imbattuto nella stesura del romanzo?

Solo molto più giustamente note: Armando Diaz e Vittorio Emanuele Orlando, che hanno saputo risollevare l’Italia dal baratro di Caporetto.

“Un’aquila nella notte” è il suo nono romanzo, considerata anche la traduzione in inglese dello stesso. È al lavoro, attualmente, su altri progetti?

La Phasar dovrebbe pubblicare a breve “Sulle ali del tempo”, il mio ultimo lavoro, che oso definire sperimentale. Nei panni dell’autore mi piace pensare che Lapo Ferrarese sia un editore che sa il fatto suo; piuttosto che, più semplicemente, ami rischiare.

 

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