Ma quale Università? Zeroellode, di Daniele Pierucci nelle parole di Paolo Bianchi / Libero

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Nei giorni in cui l’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, ha stilato una classifica delle migliori università italiane, segnaliamo questo articolo uscito su Libero qualche giorno fa, a cura di Paolo Bianchi. Il giornalista parla di un libro fondamentale per comprendere da vicino l’attuale realtà della situazione universitaria, un’esperienza singola – è vero – quella di Daniele Pierucci (Zeroellode, Phasar Edizioni), che tuttavia è simbolica della distanza tra paese ‘reale’ e paese ‘virtuale’, anche quando si parla di sistema dell’istruzione universitaria. ZEROELLODE, a poco meno di un mese dalla sua uscita in distribuzione, sta sollevando non pochi dibattiti.

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"Quel riformatorio d’anime chiamato Ateneo di Bologna" di Paolo Bianchi
pubblicato sul quotidiano Libero dell’11/07/2013

Professori schiavisti, tirocini farlocchi, l’inutilità della triennalità: nel pamphlet «Zeroellode» un addetto ai lavori racconta dall’interno il disastro dei nostri corsi.

L’università italiana è in affanno, non è una novità. Come al solito, non è colpa di nessuno.
Qui più che altrove assistiamo a un fenomenale esercizio di scaricabarile: i docenti ce l’hanno con il Ministero e le sue riforme, i ricercatori con i docenti, gli assistenti con i ricercatori, i precari con quelli in ruolo, e così via, una catena che si avvita su se stessa come una spirale, ma senza capo né coda. Di mezzo ci vanno gli studenti. Fabbrica di disoccupati, l’università stampa diplomi. Le facoltà umanistiche, soprattutto.

"La sfortuna del transito nei corridoi perduti"

Le proteste dei giovani, quando non fatte di slogan puerili e di cortei faziosi, sono giustificate. Ci pare il caso di Daniele Pierucci, un trentenne laureatosi in Psicologia cinque anni fa, che ha deciso di dare alle stampe il suo sfogo. Ha scritto un pamphlet che si legge velocemente, e con indignazione, intitolato Zeroellode.Quella cosa che chiamano università (Phasar, pp. 90, euro 10).In bibliografia un unico titolo, Il fallimento dell’università italiana, di Simone Colapietra, un saggio del quale Libero si è già occupato diffusamente. Pierucci ha del coraggio, e i sassolini nelle scarpe erano appuntiti, a quanto pare, perché se li toglie senza tanti giri di parole. Ha ottenuto una laurea triennale, o breve, in Psicologia a Firenze, nel 2006. Poi, per il biennio di laurea specialistica, che adesso si chiama, chissà perché, «magistrale», ha avuto, sostiene, la «pessima idea« di chiedere il trasferimento all’ateneo di Bologna.

In realtà le pessime idee del nostro sventurato dottore sono state, sempre a suo dire, almeno quattro. E le altre tre? Prima: iscriversi all’università. Seconda: scegliere una facoltà umanistica. Terza: cercare di adattarsi al sistema 3+2. In parole povere, gli hanno fatto perdere tempo, fatica, denaro. E la pazienza. Sì, perché a leggere le sue peripezie c’è di che farsi rizzare i capelli in testa. Moltissimi tra quelli che hanno avuto la fortuna (o sfortuna) di transitare nell’università italiana conservano ricordi di meschinità e soprusi. Dalle segreterie chiuse a riccio che trattano gli studenti come fastidiosi postulanti, ai professori con ridicole manie di grandezza. Qui siamo alla sede di Psicologia di Cesena dell’università di Bologna, una facoltà che tiene a essere tutti gli anni la Numero Uno nella prestigiosa classifica degli atenei italiani stilata dal quotidiano Repubblica.

Chissà gli altri, verrebbe da dire, visto che, almeno fino a cinque anni fa, succedeva questo: sul sito della facoltà appariva un numero di telefono a cui chiedere informazioni. Informazioni importanti. Peccato che non rispondesse nessuno. Il nostro ex studente ci provò per mesi. Infine, esasperato, chiese al responsabile di segreteria, il quale gli rispose: «Continua a chiamare quel numero di telefono all’infinito».

Poi c’era quel presidente di corso che amava dichiarare: «Qui dentro niente è illegale se io decido di farlo», il che va bene forse nella Folgore o nei film sui Marines, ma in una facoltà di Psicologia fa come minimo ridere i polli. Anche se, per la verità, c’è ben poco da ridere. Tutti i rugginosi marchingegni burocratici che l’ex studente descrive sono oliati con i soldi dello Stato, cioè i nostri. Menefreghismo, dunque. E arroganza. E ipocrisia: una facoltà che si avvale di una pubblicità strombazzata come «Psicologo: il lavoro di domani», ma non organizza neppure uno straccio di colloquio post lauream per i suoi migliori allievi, ha tutta l’aria di una beffa, o addirittura di una truffa. Perché le tasse universitarie si pagano in euri sonanti, non a chiacchiere. E così i libri, e così vitto e alloggio per anni.

"Un cane da guardia per prof meschini"

Pierucci ammette di non avere prova certa di alcune malversazioni. È vero però che se l’avesse, qualcuno finirebbe davanti ai magistrati. Troppe cose non tornano. A partire da quello che viene venduto come un tirocinio, indispensabile in una professione tanto delicata, e che si è rivelato una presa per i fondelli, con il laureando utilizzato come una specie di cane da guardia in una sorta di riformatorio. Non dimentichiamo che in Italia i titoli di studio hanno un valore legale.

Vien da chiedersi che valore sia, se il tutto matura nella più disinvolta illegalità.
Gli ex compagni del nostro libellista che cosa fanno oggi? Tutto tranne che gli psicologi. E lui? A trent’anni si barcamena fra traduzioni e battitura e correzione di testi altrui (a differenza di quanto pensava un suo emerito docente, scrive bene). Suggeriamo la lettura attenta a chiunque abbia in animo di diventare psicologo. Scusate l’espressione trita, ma chi ha orecchie per intendere intenda.

Daniele Pierucci, ZEROELLODE. Quella cosa che chiamano università

http://www.phasar.net/catalogo/libro/zeroellode-quella-cosa-che-chiamano-universita

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